Il
bollettino di guerra quotidiano ci comunica sistematicamente
l’aggressione di una o più donne in una qualche regione d’Italia per
mano di mariti, compagni, fidanzati abbandonati o che si credono tali,
aspiranti partner sessuali respinti, i quali, considerando non persona
ma proprietà del genere maschile la sfortunata di turno, ritengono di
poterla oltraggiare, ferire, violentare, assassinare, con la stessa
disinvoltura con cui si rompe o si getta via un oggetto usato, se la
possibilità di quell’uso viene meno.
Bollettini
di guerra, dicevamo, stilati spesso con una leggerezza colpevole, in
cui primeggiano espressioni linguistiche come “GELOSIA”, “DELITTO
PASSIONALE”, “TRADIMENTO”, “INNAMORATO RESPINTO” e altri termini che
potremmo definire facezie, se non fossero formule devianti, che, pur
conseguendo in parte a un linguaggio giudiziario di cui si rende urgente
il cambiamento attraverso una legge specifica, contribuiscono al
mascheramento dell’IDEA DI POSSESSO, come unica fonte reale di quegli
atti. Quale che sia il diritto penale che lo ispira, il linguaggio
giornalistico non è un manuale di diritto che consultano gli addetti ai
lavori: è un mezzo di comunicazione di massa, che si rivolge
all’immaginario collettivo e lo influenza contribuendo a formare
l’opinione dei lettori, a dissiparne o consolidarne i pregiudizi più
dannosi e frequenti.
Non
è possibile che si continui, salvo lodevoli casi abbastanza rari, a
ignorare l’inestimabile peso del linguaggio e che si alimenti negli
uomini l’idea che aggredire, violentare, assassinare una donna che non
li ama più o che rifiuti di cominciare a farlo sia riprovevole, sì, ma
“emotivamente comprensibile”, sentiero ignobile da cui si giunge a
ritenerlo anche lecito. Non è accettabile che chi detiene le leve del
linguaggio mediatico si renda, per ignoranza, stupidità o indifferenza,
assurdo complice del persistere di una mentalità delittuosa e la
trasmetta alle generazioni maschili ancora in crescita.
Noi
Le chiediamo di aggiungere la Sua autorevole voce alla nostra. Glielo
chiediamo perché sappiamo che sul linguaggio comunicativo ha reclamato
pubblica attenzione in passato, sia pure in campi differenti da questo e
perché sappiamo di non chiederle interventi che esulino dalle sue
competenze istituzionali, che non prevedono istituzioni di leggi o atti
di governo. Glielo chiediamo perché Lei rappresenta la popolazione
italiana che soffre tutta della situazione attuale. Ne soffrono in prima
linea le DONNE, vittime dirette o indirette dell’efferatezza
delinquenziale maschile che viene esercitata su madri, figlie, sorelle e
amiche, e insieme a loro ne soffrono quegli UOMINI che simili procedure
non accettano, che temono anch’essi per il futuro delle donne della
propria famiglia o della propria cerchia amicale, che si sentono offesi
dal poter essere accomunati nell’immaginario collettivo a nemici del
genere femminile. Glielo chiediamo, paradossalmente, anche
nell’interesse di coloro che sono già sulla via di divenire aggressori,
violentatori, assassini di donne, in cammino verso un FEMMINICIDIO
ritenuto possibile, visto che nulla in concreto si fa per arginarlo. La
stigmatizzazione necessaria con cui la notizia di un crimine va data non
può contenere ambiguità. L'uso di un linguaggio appropriato può
contribuire utilmente a scongiurare la banalizzazione del delitto, primo
passo verso una sua supposta liceità; il delinquente potenziale deve
trovare un muro di disapprovazione palpabile intorno a crimini
determinati essenzialmente dalla pretesa di possesso e dal rancore, in
modo che un ripensamento sia possibile PRIMA che egli abbia oltrepassato
quel limite che, dall’irruente irragionevolezza di un “IO FAREI”, lo
consegna a un definitivo “IO HO GIÀ FATTO”.
Dal
Presidente della Repubblica Italiana, alla quale apparteniamo per
nascita, lingua e in parte per cultura - in parte in quanto questa
esula dai ristretti confini nazionali -, ci aspettiamo un pubblico
richiamo agli organi di stampa e di comunicazione mediatica,
un’esortazione a quella correttezza di linguaggio che manca e che
produce effetti d’incremento su quel fenomeno delinquenziale crescente,
che prende il nome, scomodo per molti ma reale, di FEMMINICIDIO.
La
ringraziamo della lettura, dell’ascolto interiore e della voce che
vorrà levare alta al riguardo e Le porgiamo, Signor Presidente
Napolitano, i nostri fiduciosi saluti.
Iole Natoli e Francesca Rosati Freeman
_______________________________
In
data 26.03.2012 è stato inviato agli OdG nazionali e regionali un testo
quasi identico a quello che ora segue. Poiché, nell’unirlo al testo
della presente petizione indirizzata al Presidente della Repubblica,
abbiamo provveduto ad apportarvi qualche integrazione, a nostro avviso
proficua, ne replichiamo l’invio agli OdG, oltre ad estenderlo, come già
previsto, alle maggiori testate giornalistiche e ad alcune emittenti
televisive.
Egregi Direttori, Egregi Giornalisti,
il
linguaggio usato troppo frequentemente dai quotidiani, dai periodici e
dalle emittenti televisive per cui lavorate richiede delle modifiche
radicali, affinché non vi rendiate per leggerezza complici di un costume
sociale che, nel considerare le donne come oggetto di dominio maschile e
non soggetti di diritti autonomi, ne fa le vittime predestinate di ogni
frustrazione di ciascun Ego maschile reazionario.
Ed
è per questo, perché Voi possiate non sentirvi complici e noi non
rimanere nel chiuso di un mattatoio alimentato continuamente da nuove
vittime, che vi diciamo con quella chiarezza che ci deriva dal sapere di
voler difendere un diritto inalienabile quale è la vita: NON VOGLIAMO
più sentire la parola GELOSIA come MOVENTE, perché la gelosia non è un
sentimento originario e spontaneo, ma derivato dall’idea di possesso che
è illecita e delittuosa già in sé. NON VOGLIAMO più sentir parlare di
DELITTO PASSIONALE: il FEMMINICIDIO va urlato fino a stordire anche i
più sordi.
La
GELOSIA nella cultura patriarcale è giustificata dalla convinzione
erronea e perversa che essa sia inscindibile dall’amore, ma nelle
culture matriarcali la si disprezza e la si condanna perché fonte di
conflitti e di violenza, irridendo chi si mostra geloso ed
emarginandolo. E non ci stiamo riferendo qui alle culture matriarcali
del passato, ma a quelle che esistono tuttora e di cui ne citiamo per
brevità solo due, la cultura Minangkabau e la cultura Moso, rimandando
per ogni approfondimento alle pubblicazioni di Heide Goettner Abendroth,
di Peggy Reeves Sanday e di Francesca Rosati Freeman.
Ri-definiamo
dunque la parola GELOSIA, che ha molto poco a che fare con l’amore e
che maschera pericolosamente il concetto deviante di "appartenenza"
dell'altra/o, in una relazione di coppia che toglie al rapporto proprio
ciò che rende nobile l'amore: la libera donazione di sé. Donazione che
non è contrattabile: che può finire esattamente come ha avuto inizio.
Abituiamo gli uomini, fin da bambini, a comprendere il valore della
libertà nei rapporti e facciamolo usando in maniera più appropriata il
linguaggio corrente. Fatelo anche voi, perché da questa responsabilità
collettiva verso le potenziali vittime e i potenziali carnefici NON
SIETE ESENTI.
In
quale modo? Ci permettiamo, sempre per quel diritto di autodifesa che
in quanto donne-vittime sacrificali ci compete, di farvi un piccolo
esempio.
Scegliamo
un recente articolo apparso su Repubblica.it, ma sia ben chiaro che
avremmo potuto sceglierne altrettanto appropriatamente anche un altro di
una qualsiasi differente testata.
laRepubblicaNAPOLI.it, 24 marzo 2012, cronaca.
“Salerno, 17enne accoltellata: è grave confessa l'ex fidanzato della ragazza.
Il
giovane di 19 anni l'ha colpita per gelosia mentre l'accompagnava a
scuola. Era convinto che fosse innamorata di un altro. Per lui l'accusa
di tentato omicidio. La vittima è in prognosi riservata”.
“La
furia della gelosia è durata un attimo, quanto è bastato per compiere
un gesto dalle conseguenze irreversibili. Ha accoltellato la fidanzatina
ma poi ha confessato. E' in carcere il 19enne di Salerno che ieri
mattina ha sferrato una coltellata a una 17enne, credendola innamorata
di un altro. Storie di ragazzi, risolte come a volte capita agli adulti.
Lei è in ospedale, in prognosi riservata ma non rischia la vita”.
Già.
Un tale accoltella la “fidanzatina” (com'è simpatico questo diminutivo,
diminuisce anche l'entità della colpa, rende tutto un giochino da
niente!), per “storie di ragazzi, risolte come a volte capita agli
adulti” (sic). “Capita” per caso. “Capita”, come incontrare per strada
un amico e invitarlo a bere assieme un caffè. Insomma, una coltellata è
una cosa che “capita” o può capitare a chicchessia… cosa ci sarà mai di
strano in tutto questo? Certamente lei è in ospedale, questo è vero,
però… via, “non rischia la vita”. Sarebbe mai potuta una scenata finire
forse meglio di così?
Non
siete d’accordo con noi sull’analisi? Trovate forse che stiamo
esagerando? Non c’era modo di dare la notizia diversamente? Beh, eccovi,
tanto per capirci meglio, un esempio, che se anche dovesse essere
imperfetto sarà abbastanza dimostrativo ugualmente.
“Un
giovane di 19 anni, con il movente di un preteso possesso, ha
accoltellato presumibilmente allo scopo di ucciderla la fidanzata, rea a
suo avviso di voler "appartenere" non più a lui ma ad un altro. La
vittima, una ragazza appena diciassettenne, è in prognosi riservata e
anche se non versa in pericolo di vita rischia, com’è accaduto e
purtroppo accade anche ad altre, di rimanere segnata forse per sempre
dal trauma.
Starà
al giudice stabilire se l’aver utilizzato un coltello a serramanico che
aveva portato con sé, determini per l’aggressore l’aggravante della
premeditazione, nel tentato omicidio consumato”.
A
noi sembra che la differenza ci sia e riteniamo che sappiate notarla
anche Voi.
Riteniamo cha atti del genere siano l’approdo estremo ma
ormai quasi continuo di una mentalità maschilista, di antica derivazione
patriarcale, che va esplicitamente contrastata: riserviamo il diritto
di proprietà solo agli oggetti, non incoraggiamo, sia pure per
leggerezza o distrazione, chi vuole esercitarlo sulle persone. Non è
sufficiente, infatti, che in cuor suo il giornalista condanni le
aggressioni e le uccisioni - non stiamo affermando che le condivida -,
né basta che si rifaccia a formule giudiziarie che andrebbero modificate
in altra sede. È necessario che il linguaggio che usa si sottragga agli
stereotipi correnti, perché esso influisce, in una direzione o
nell’altra, sulle opinioni e i comportamenti di cui scriviamo.
Siamo
certe che sarete in grado di considerare la responsabilità che Vi
compete nel determinare la corretta percezione di un fenomeno che
colpisce direttamente noi, o le nostre figlie, sorelle, nipoti e a volte
madri… che potrebbero anche essere madri, sorelle, nipoti o figlie
VOSTRE.
Porgiamo
dunque i nostri migliori saluti, aspettandoci che poniate in atto il
cambiamento di mentalità e di linguaggio che con questa Vi viene
richiesto. Ce lo attendiamo senza nessuna riserva, perché VOGLIAMO - e
ne abbiamo il diritto - CHE IL FEMMINICIDIO CRESCENTE SIA FERMATO.
http://www.firmiamo.it/no-al-femminicidio---al-presidente-napolitano
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